Pro Loco Termini Imerese

Personalità

TERMITANI ILLUSTRI
 

TISIA
Nato nel 640 ca. da tale Esiodo, è uno dei più grandi poeti lirici della Magna Grecia, ma delle sue numerose composizioni, comprese in ben 26 libri, ci restano solo pochi frammenti, raccolti da G.A. Suchfort e pubblicati a Gottinga nel 1771.Si racconta che, essendo ancora in fasce, un rosignolo si sia posato sulle sue labbra cantando meravigliosamente: presagio della soavità e della bellezza dei suoi versi.
Poeta di miti, apprezzato e citato da Platone, Orazio e Quintiliano, è conosciuto come Stesicoro cioè ordinatore di cori per l'importante innovazione metrica che avrebbe apportato nella lirica corale, con la creazione della triade strofica: strofe, antistrofe ed epodo.
Il rispetto e la stima che riscuoteva fra i suoi concittadini sono comprovati dal seguente episodio: gli Imeresi erano in guerra con città vicine e, mancando di un condottiero, offrirono l'incarico a Falaride, tiranno di Agrigento. Questi accettò, a condizione che gli si consentisse di arruolare una guardia del corpo, formata da elementi stranieri.
Stesicoro, comprendendo che l'intento di Falaride era quello di soggiogare Imera, intervenendo nell'assemblea cittadina, raccontò il seguente apologo: Una volta il cavallo, che era libero al pari di altri animali, venuto in guerra con il cervo e non riuscendo a vincerlo da solo, chiese aiuto all'uomo, il quale si dichiarò disponibile a patto che il cavallo si lasciasse imbrigliare.  Il cavallo vinse, concluse Stesicoro, ma restò imbrigliato e soggetto all'uomo per sempre. Il popolo, comprendendo il messaggio, rinunciò all'aiuto interessato di Falaride ed onorò il poeta come salvatore della patria.  Ma il suo coraggio gli procurò l'odio e, quindi, la persecuzione di Falaride e dei suoi amici, per cui fu costretto a fuggire, riparando a Catania, dove morìnell'anno 1 della 61^ Olimpiade (il 555 a.C.). Alla sua morte Catania gli eresse un "sontuoso" sepolcro nei pressi di una delle porte della città ed Imera fece realizzare una statua in bronzo, di cui si parlerà a proposito di Stenio.
È rappresentato nello stemma di Termini Imerese (il vecchio ricurvo ai piedi del monte).
Ebbe due figlie, ambedue poetesse, sposate con illustri personaggi catanesi.
Secondo una leggenda riferita da Platone, avendo inveito in un poema contro Elena, quale responsabile della guerra tra Greci e Troianí, i fratelli di questa, Castore e Polluce, lo avrebbero accecato.  Tuttavia, continua la leggenda, riottenne la vista dopo essersi smentito in altro componimento poetico.
Un'affascinante ipotesi, infine, è quella che Stesicoro ed Omero siano la stessa persona.
Fratelli di Stesicoro sono i "dottissimi" Geometra Mamertino, che insegnò in Grecia, ed il Giurista Lionato o Elianatte.

 

STENIO
Le notizie su questo personaggio ci vengono, di prima mano, da Plutarco e Cicerone.  Nato tra il 120 ed il 110 a.C. da famiglia patrizia, fu amante dell'arte ed oratore eloquentissimo. In base ad un’interessante tesi sarebbe stato un gymnasiarca.
La sua casa sorgeva, secondo la tradizione, dove ora si erge il Duomo, era famosa per gli oggetti di arte che vi si ammiravano e vi furono ospiti personaggi illustri del mondo contemporaneo, fra cui il pretore Lucio Cornelio Sisenna, Caio Marcello e Cicerone.
Della "casa" di Stenio resta un fregio marmoreo, posto alla base del campanile del Duomo (lato est) che fu apprezzato dallo Houël nel suo Voyage pittoresque en Sicile.
Durante la guerra civile fra Mario e Silla, Stenio parteggiò per Mario, fautore della democrazia, convincendo la città a schierarsi col primo ed attirando, in conseguenza, le ire del vincitore su Terme.
Infatti Silla, fautore del potere oligarchico, dopo la vittoria inviò in Sicilia Gneo Pompeo con il compito di castigare ferocemente i suoi nemici.  Ma quando le truppe romane furono alle porte della città Stenio, per non farle subire una pesante repressione, si presentò a Pompeo accusandosi quale unico responsabile della scelta che Terme aveva operato in favore di Mario e sollecitando soltanto sulla sua persona la vendetta.
Profondamente toccato da tanta coerenza, Pompeo perdonò non solo la città e Stenio ma anche tutta la provincia e, con gesto di grande opportunità politica, riaccompagnò, fra due ali di folla plaudente, il grande Stenio fino a casa.
Nominato Verre governatore della Sicilia, cominciarono le spoliazioni sistematiche che questi perpetrava ai danni delle comunità e dei singoli cittadini.
La cupidigia del governatore si rivolse anche verso le collezioni d'arte di Stenio che, per amor di pace e fiducioso che, in tal modo, avrebbe risparmiato la città, subì in silenzio.
Ma quando Verre pretese di impadronirsi delle antiche statue bronzee raffiguranti Stesicoro, Imera e la Capretta, simboli degli esuli Imeresi, rubate da Annibale e restituite da Scipione l'africano', vincitore di Cartagine, Stenio sioppose con tutte le sue forze e convinse il Senato Termitano a rispondere "No!  " alla richiesta di Verre.
Ma questi non desistette.  Anzi, accordatosi con Agatino e Doroteo, concittadini ed avversari di Stenio, ricorse alla calunnia per screditarlo agli occhi della cittadinanza. Infatti, avvalendosi delle accuse di un tal Pacilio, che peraltro non ebbe il coraggio di presentarsi a confermarle al processo, condannò Stenio alla pena di morte, condanna cui si oppose lo stesso Agatino, che non avrebbe voluto giungere a tanto.
Ma Stenio non si diede per vinto.  Fuggito a Roma, si presentò al Senato e, con l'assistenza dell'amico Cicerone, che in quell'occasione pronunciò le sue famose orazioni contro Verre dimostrando la colpevolezza dell'accusatore, ottenne la piena riabilitazione (anno 72 a.C.)

 
CALOGERO (San)
Il personaggio conosciuto come "San Calogero", certamente aveva altro nome.
"Calogeri", infatti, erano religiosi greci che seguivano con particolare scrupolo la regola di S. Basilio ed attuavano la vita monastica con estremo rigore, in termini di penitenze e privazioni. Loro caratteristica era quella di abitare, da eremiti, sui monti; in particolare, in Grecia stavano sul monte Atos.
Il nostro eremita sarebbe un Calcedone fuggito in Sicilia, insieme ad altri cristiani, a causa delle persecuzioni degli imperatori Diocleziano e Massimiano. Nell'isola, però, sarebbero stati oggetto di analoghe persecuzioni, conclusesi, per i compagni di Calogero, con il martirio.
Calogero, invece, riparò sul monte Eurako, che da lui prese il nome, dove condusse vita contemplativa, curando anche l'evangelizzazione dei territori di Terme e Caccamo.
Secondo la tradizione, durante il suo soggiorno, scacciò i diavoli che infestavano il monte (lasciando impressa l'impronta del suo piede sulla roccia) 1 e fece sgorgare, quasi sulla sommità, una sorgente di acqua limpida, a fronte di quella amara fatta scaturire dal diavolo.  Infine, si sarebbe trasferito sul monte Cronio, nei pressi di Sciacca, dove morì.
Sulla vetta della nostra montagna i termitani costruirono una piccola chiesa a lui dedicata, di cui sono visibili pochi ruderi. Fino alla metà del secolo scorso, nei pressi della chiesetta si notava ancora, sia pure mutilata, la statua del santo, scolpita nella pietra, che qualche irresponsabile ha buttato nel così detto "canalone del diavolo".
Per concludere, è bene precisare che il corpo del S. Calogero custodito nella nostra Maggior Chiesa fin dal 1665 è quello del martire S. Calogero Eunuco, messo a morte a Milano nel 253 d.C., sotto l'imperatore Decio. Questi, e non quello che dimorò a Termini, è annoverato tra gli antichi patroni della città ed in suo onore, fin dai tempi di Federico  114 , nei giorni 17/19 giugno, si teneva una fera franca.

 
MARINA (Santa)
Nata nel 1036 ca. nella borgata denominata "Scanio", oggi scomparsa, che sorgeva nell'attuale contrada "Bragone", sul colle conosciuto come "Cozzo Patàra", che probabilmente deriva il suo nome dagli antichi abitanti di origine greca (presumibilmente dalla città di Pàtara).
Marina, apparteneva alla famiglia più ricca del borgo: i "Pandariti" e, sin dai primi anni, dimostrò particolare attenzione per i poveri, che invitava a casa per alleviarne le pene e ristorarli. Divenuta fanciulla bellissima e corteggiata respinse sempre le sollecitazioni dei genitori, che la invitavano a scegliere fra i pretendenti, rifiutando di sposarsi.  Infatti, non era quella la vita cui aspirava la giovane, che già era venerata per alcuni interventi miracolosi (come aver guarito un'amica colpita da paralisi facciate), ma una vita di preghiera, penitenza e meditazione.
Seguendo questa aspirazione ed indossati abiti monacali maschili (il sesso e la giovane età non le avrebbero permesso di affrontare indisturbata un viaggio così lungo), si imbarcò alla volta della Terra Santa per sentirsi più vicina a quegli ideali di povertà e di sacrificio cui si sentiva votata.
Durante il viaggio una parte dei marinai, convinti che il fraticello custodisse un tesoro, decisero di ucciderlo per impossessarcene. Tuttavia, chiunque si avvicinasse, con cattive intenzioni, alla fanciulla veniva preso come da pazzia e ritornava in sé solo dopo averne ottenuto il perdono.
Santa Marina si fermò in Terra Santa, sempre sotto le vesti di un fraticello, per tre anni, servendo in un monastero e poi tornò a casa dove l'attendeva una ben triste notizia: la morte dei genitori.
Ripartì allora Marina per i luoghi della Passione di Cristo, trattenendovisi altri cinque anni e facendo poi ritorno in patria dove si dedicò alla vita monacale da romita.
Ma la breve, anche se intensa vita di Marina volgeva al termine.  Infatti, nel 1066, all'età di trent'anni, rendeva l'anima a Dio.
La fama della sua santità, però, si era largamente sparsa sicché, nello stesso luogo ove visse gli ultimi anni, fu eretta una piccola chiesa, dove la gente, ogni anno sempre più numerosa, si recava in pellegrinaggio con tanto fervore e pietà da indurre il Papa Benedetto XIV, il 16 giugno 1714, a firmare un breve apostolico con il quale concedeva l'indulgenza plenaria per anni sette ai fedeli che, nell'ultima domenica di maggio, visitassero la chiesetta.
Oggi, di questa resta solo un rudere ma, a poca distanza, all'inizio dell'ottocento, è stata eretta altra chiesa dove viene venerata Santa Marina, annoverata da tempo fra i Patroni della città.  Detta chiesa ed i modesti locali annessi hanno ospitato, per circa mezzo secolo, l'ultimo "romito" di Termini Imerese, oggi scomparso.  Il suo nome era Giovanni Crimi e, pur non facendo parte di alcun ordine religioso, vestiva il saio ed era chiamato col nomignolo di "Fra Marino".



MATTEO da Termini (Beato Agostino Novello)
Nacque a Termini Imerese da genitori che allora governavano il castello. Compiuti brillantemente gli studi umanistici in patria, fu mandato a Bologna per sostenervi gli studi superiori.
Laureatosi in diritto civile ed ecclesiastico, dopo averne tenuto la cattedra, tornò in patria dove fu fatto prefetto di Curia dal re Manfredi.
Alla morte del sovrano, avvenuta nella battaglia di Benevento il 26 febbraio 1266, sperimenta l’amara delusione di fronte al crollo improvviso degli ideali cui si era dedicato, constatata la vacuità dei valori esalatati dal mondo trova pace e serenità nella consacrazione di tutto il proprio essere a Colui che vale la pena seguire, anche a costo della sofferenza, del sacrificio e della rinuncia, perché “è lui l’essenziale, il necessario, che solo può dare significato a tutta l’esistenza”.
Desiderò diventare frate dell’Ordine domenicano ma, per volere divino, il servo mandato a chiamare i domenicani per ben tre volte tornò sempre con un frate dell’Ordine di Sant’Agostino e, pertanto, indossato l’abito degli agostiniani nel convento di Sant’Agostino in Palermo nel 1268 cambiò il proprio nome con quello del fondatore.
Dopo alcuni mesi trascorsi a Palermo si recò presso l’eremo di Siena, poi a Santa Barbara, poco lontano da Siena. Trascorreva la giornata in umili servizi ed in preghiera.
Frate Agostino era conosciuto per l’umiltà ed il servizio e non per la sua profonda cultura e nobiltà.
Nell’anno 1288 il convento di Rosia era travagliato da una lite su un terreno che apparteneva ai frati del convento.
I frati, tuttavia, non avevano un difensore; la parte avversaria, invece, aveva come difensore il dottore Giacomo Pagliarese, il più illustre giurista dell’epoca, compagno di studi presso l’università di Bologna di Matteo da Termini. Frate Agostino, allora, chiese il permesso di difendere i frati di Rosia e vinse la contesa.
Riconosciuto dallo stesso Pagliarese che sotto il saio di frate Agostino si celavano la grande cultura di Matteo da Termini e la saggezza del consigliere di Manfredi, il frate fu chiamato a Roma dal generale dell’Ordine, fu consacrato sacerdote e divenne confessore di Papa Nicolò IV, consigliere dei Papi Celestino V e Bonifacio VIII.
Al capitolo generale dell’Ordine tenutosi a Milano il 25 maggio 1298, sebbene assente, fu unanimemente eletto superiore generale, carica che accettò per obbedienza al Papa Bonifacio VIII.
Nell’anno 1301, al capitolo generale tenutosi a Napoli, pregò i confratelli di accettare le sue dimissioni e tornò a Siena dove si ritirò nell’eremo di San Leonardo al lago, vi costruì un ospedale e fondò l’ordine dei chierici ospedalieri. Il giorno 19 maggio 1309 morì e fu seppellito a Siena.
A seguito di numerosi prodigi ottenuti per sua intercessione dopo la morte, il Vescovo di Siena permise che le sue ossa fossero esposte nella chiesa di Sant’Agostino alla venerazione dei fedeli.
Il Papa Clemente X, riconosciuto tale culto, prestato da tempo immemorabile, lo ratificò scrivendo il nome di Agostino nell’albo dei Beati.
Il Gran Duca di Toscana fece dono ai concittadini di Matteo da Termini della reliquia del braccio del Beato Agostino. La nave che trasportò questa reliquia fu accolta in una calda giornata d’estate del 1620. Solennemente trasportata nella Maggior Chiesa fu custodita in un’urna d’argento e fu posta nella cappella a destra dell’altare, a Lui dedicata.
Dal 1977 l’intero corpo del Beato Agostino Novello si trova custodito nella suddetta cappella ed esposto alla pubblica venerazione.


 
Vincenzo La Barbera
Nato nel 1577 ca., muore nel 1640 ca.
Architetto e pittore fedele alla tradizione tardo-raffaellesca siciliana, nel 1610 affrescò la sala consiliare del palazzo del magistrato,inoltre progettò e diresse numerose opere pubbliche.
Subentrò al suocero Antonino Spatafora nella carica di Capomastro nelle fabbriche della città di Termini Imerese e Soprintendente degli Acquedotti; dal 1615 è anche Ingegnero delle fabbriche della città.
Trasferitosi a Palermo, è sostituto Architetto del Senato con Mariano Smiriglio e, forse, anche con Pietro Novelli. Inoltre, lavora a Casa Professa ed esegue alcuni progetti, tra i quali, l'arco trionfale della Nazione Genovese per il Festino di S. Rosalia del 1625. Nel 1637, insieme al Novelli, Giuseppe Costantino e Gerardo Astorino viene incaricato di dipingere le sale del duca di Montalto a Palazzo Reale.
Fu attivo anche a Caccamo, quale architetto del Duomo ed in numerosi paesi del circondario.
Sue opere a Termini presso il Museo Civico e le chiese di Maria SS. del Carmelo, San Carlo, S. Croce al Monte, Annunziata, S. Bartolomeo e S. Maria la Misericordia.  Inoltre, a Caccamo, Címínna, Vícari, Mussomeli ed al Museo Diocesano di Palermo.


 
Giuseppe Ciprì
Nato nel 1743, muore il 13 dicembre 1809 a Palermo, dove risiedeva.
Sacerdote, dottore in Teologia ed insegnante di retorica nell'Ateneo Termitano, fu tra i fondatori dell'Accademia "Euracea" nella quale assunse lo pseudonimo di Mopso Licinio, ma è ricordato soprattutto quale fondatore e primo finanziatone della Biblioteca Comunale, che da lui si chiamò "Liciniana". I.
La Biblioteca fu costituita il 17 maggio 1800, con sede iniziale nell'ex Collegio dei Gesuiti di via Roma fin quando, nel 1952, fu trasferita nell'immobile che allora ospitava anche il Liceo Classico "G.  Ugdulena".
Con il passare degli anni la Biblioteca, che ora conta circa centomila volumi, si è arricchita di raccolte private e di donazioni.
Nella "Liciniana" si conservano le seguenti sue opere manoscritte La rettorica, ovvero l'arte di ben parlare, divisa in dieci dialoghi, con un discorso preliminare intorno alla origine e progresso dell'eloquenza e Esame storico - critico sulla patria, sulla famiglia e sugli atti del beato Agostino Novello, opera redatta anche sulla scorta degli atti originali del processo di beatificazione.




Paolo Balsamo
Nato il 4 Marzo 1764 da famiglia di contadini benestanti, nella casa di Via Gullo, oggi civico 9.
L’estrazione sociale fu certamente un incentivo per i suoi studi di agraria e per le sue proposte tendenti a migliorare non solo l'agricoltura ma anche la vita di chi all'agricoltura si dedicava.
Ordinato sacerdote, proseguì gli studi spaziando dall'economia alla matematica (detta materia gli fu insegnata dall'illustre astronomo Piazzi), dalle lettere al diritto, all'agraria.
Nel 1787 prese parte al concorso per l'assegnazione della cattedra di Agricoltura nell'allora Accademia di Palermo, ottenendo, a soli 23 anni, un posto ambito dai più illustri studiosi, come Domenico Scinà, e, il 5 Giugno, fu chiamato a ricoprire la cattedra.
Prima di assumere formalmente l'importante incarico il Balsamo fu inviato in giro per l'Europa, allo scopo di studiare le più moderne tecniche di coltivazione della terra e di confrontare, con i più eminenti studiosi del tempo, le sue ricerche ed i suoi progetti.
Fu così in Toscana, ove apprese le tecniche dello Zucchini, in Lombardia, in Francia, nelle Fiandre ed infine in Inghilterra ove dimorò circa due anni e conobbe Arthour Young, con il quale instaurò una cordiale amicizia.
Rientrato in Sicilia nel 1790, rilevò come la produzione granaria, anche nelle zone più produttive, non rendeva più di sei volte la semina e, quindi, era consigliabile introdurre il metodo di rotazione delle colture.
Nel 1806 le cattedre di Economia e Commercio e di Agricoltura dell'Accademia Palermitana furono riunite in una e la nuova cattedra di Economia Rurale (o Rustica) e Agricoltura fu assegnata al Balsamo.
Nel 1812 fu il principale estensore della Costituzione del Regno indipendente di Sicilia, che segna un momento fondamentale di avvio di una riforma democratica, seppure di tipo inglese e non così avanzata come quella francese.
L’Abate Balsamo visse gli ultimi anni della sua vita fra l'insegnamento universitario, gli impegni del Parlamento di cui, in quanto Abate, era membro di diritto (riuscì, tra l'altro, a fare approvare una riforma radicale del sistema impositivo fiscale) e l'alto incarico di Bibliotecario del Re.
Morì a Palermo, dove risiedeva stabilmente, il 4 Settembre 1816.
A proposito dell'economia isolana Paolo Balsamo lamentava che il contadino siciliano veniva punito piuttosto che ricompensato per le sue fatiche; soprattutto denunziò la gabella come un fattore di regresso e propose una gestione illuminata del feudo - istituzione che comunque difese -, con l'affitto a lungo termine e contratti di lavoro meno oppressivi, come mezzo idoneo a salvare e rilanciare l'agricoltura in Sicilia.
Con questo spirito, introdusse l'uso di nuovi attrezzi agricoli di produzione lombarda o inglese e la fertilizzazione dei campi.
Fra le sue opere principali ricordiamo: Corso completo degli elementi di agricoltura teorico-pratica, pubblicato postumo; Memorie segrete sulla istoria moderna del Regno di Sicilia, pubblicata postuma con prefazione di Gregorio Ugdulena e largamente utilizzata da Niccolò Palmeri per la sua Somma; Memorie economiche ed agrarie riguardanti il regno di Sicilia; Giornale del Viaggio fatto in Sicilia e particolarmente nella Conte di Modica; Princii di agricoltura e di vegetazione per gli agricoltori di Sicilia; Notizie sull'agri'coltura di Fiandra.
Molti suoi studi sono stati tradotti e pubblicati in Francia ed Inghilterra.




Niccolò Palmeri
Nato il 9 agosto 1778 da un ramo cadetto della famiglia Palmieri, nel palazzo, ancora oggi esistente, sia pure in stato di abbandono, della via Badia, ora via Garibaldi, all'attuale civico 63.
Fu quello che si dice un "bambino prodigio": a dieci anni, infatti, traduceva i classici latini. A 20 anni fu accolto nell'Accademia Euracea, assumendo lo pseudonimo di Siralgo Nísifario.
Dopo aver seguito i corsi universitari a Catania ed ottenuto la laurea in giurisprudenza, iniziò l'attività forense. Ma presto, per un fastidiosissimo calo dell'udito, fu costretto ad abbandonare tale attività, dedicandosi agli studi di economia politica e di agricoltura con Paolo Balsamo, del quale condivise le dottrine liberiste, e diritto pubblico siciliano con Rosario Gregorio. Forse a causa del sopravvenuto difetto fisico o per via del carattere non molto socievole, il Palmeri fu sempre restio ad assumere incarichi pubblici e, in specie, remunerati. Tuttavia, fu componente della Deputazione dei Pesi e delle Misure della Città di Termini Imerese e del suo Dipartimento e diresse, assieme a Baldassare Romano, gli scavi archeologia che portarono alla scoperta, nel 1827, della cosi detta "Curia", nell'area che poi diverrà, in suo onore, la "Villa Palmeri".
Tale sua indisponibilità agli uffici pubblici trova però un'eccezione in campo politico, nel quale fu sempre impegnato a sostenere le riforme che il suo animo liberale gli ispirava. Infatti, nel 1812 siede, per procura, nel braccio baronale del Parlamento e poi fu deputato eletto della nostra città, coadiuvando Paolo Balsamo nella redazione della nuova Costituzione siciliana.
Prese parte alla rivoluzione del 1820 quale membro della Deputazione provvisoria di Termini Imerese e rappresentante della città nella Suprema Giunta provvisoria di Governo per la Sicilia, costituitasi a Palermo.
La sua attività politica e, in particolare, i suoi ideali di libertà e di progresso sono contenuti nel Catechísmo politico siciliano pubblicato clandestinamente prima del 1848.
Criticò i nobili che proteggevano il banditismo, la mafia, per paura o per cupidigia e denunciò in pieno Parlamento la corruzione del sistema giudiziario, affermando coraggiosamente: i giudici nei nostri comuni sono per sistema una Canaglia ingiusta e venale.
Studioso di economia e di agraria, propugnò la divisione del latifondo in tenute di qualche centinaio di ettari, per favorire la produttività e lo sfruttamento intensivo del suolo.
Pubblicò, su iniziativa del Principe di Castelnuovo, che ne curò anche la distribuzione gratuita, un calendario agricolo. Le sue opere maggiori sono la Somma della Storia di Sicilia ed il Saggio Storico e Politico della Costituzione del Regno di Sicilia infino al 1816, pubblicato postumo a Losanna, ma scrisse anche di tecnica agraria e di economia.
Muore in ("onorata" si diceva allora) povertà, di colera, il 18 luglio 1837 e fu seppellito nell'apposita area di contrada Bevuto, detta appunto "Cimitero dei Colerosí". Nel 1888 le sue spoglie furono riesumate, a cura del Sindaco dell'epoca Francesco Cosenz, e trasferite nel cimitero di contrada Giancaniglia dove, soltanto nell'ottobre del 1997, l'amministrazione Comunale ha realizzato un monumento, su progetto offerto gratuitamente dall'Architetto Antonio Callari.


Onofrio Gregorio Ugdulena
Nacque il 20 aprile 1815 nella via che oggi reca il suo nome, già Via "Del Cavaliere" e più comunemente nota come 'a strata Cavaleri, in un palazzetto oggi contrassegnato con il civico 78.
Fin dalla più tenera età dimostrò di essere in possesso di un'intelligenza superiore, tanto che concluse in notevole anticipo tutti i corsi di studio, nei quali ebbe come maestri Niccolò Palmeri, Giuseppe Balsamo e Baldassare Romano, e già a 19 anni insegna al Liceo di Termini Imerese.
A 21 anni ottiene la laurea in teologia e diritto canonico presso l'università di Palermo, dove, a 28 anni, è professore ordinario di ebraico e sacra scrittura.
Numismatíco ed archeologo, conosceva ben nove lingue fra cui, perfettamente, l'ebraico, l'inglese, il francese, il tedesco e lo spagnolo.
Il suo spirito profondamente liberale, pur nell'ambito di una monarchia costituzionale, lo colloca tra i più valorosi personaggi risorgimentali d'Italia. Sacerdote, distinse subito la sua missione pastorale e spirituale dalle esigenze di libertà che, a quei tempi, non andavano molto d'accordo. Nel 1848 partecipa ad un’insurrezione e riveste le cariche di membro del Comitato Generale e Vicepresidente del sottocomitato per la giustizia, il culto e la sicurezza pubblica interna. Fu, quindi, Deputato alla Camera dei Comuni e Cappellano Maggiore del Regno (con rango Vescovile).
Con la restaurazione borbonica, non essendo fuggito, ebbe gli arresti domiciliari a Termini Imerese e poi il confino a Mazara, Marsala e, quindi, a Favignana.
Nel 1860, con la venuta di Garibaldi, fece parte del Comitato delle Finanze e fu Ministro della Pubblica Istruzione nel Governo Provvisorio di Sicilia e Ministro del Culto.
Deputato al Parlamento Italiano, prima del Distretto di Marsala e poi di Termini Imerese, nel 1865 fu nominato Professore di greco nell'Istituto di studi superiori di Firenze e membro del Consiglio Superiore dell'Istruzione Pubblica.
Dal 1870 insegnò greco ed ebraico nell'Università di Roma. Fu, inoltre, Cavaliere dei Santi Maurizio e Lazzaro e Socio dell'Accademia di Scienze e Lettere di Palermo. Fra le sue maggiori opere La Sacra Scrittura in volgare riscontrata nuovamente con gli originali ed illustrata con breve commento e Studio delle monete punico-sicule. Collaborò anche alla "Nuova Enciclopedia Popolare Italiana".
Muore a Roma il 2 giugno 1872, un po' in ombra perché, da spirito libero quale era rimasto, non si era mai "intruppato", anzi aveva fatto interventi in Parlamento non graditi all'una ed all'altra parte del Tevere. Quintino Sella, commemorandolo alla Camera, lo definì un luminare della scienza italiana.
Giunta la salma a Termini Imerese, i solenni funerali furono disertati da quasi tutto il clero, allora largamente borbonico e papalino, in quanto nell'Ugdulena si vedeva l'assertore di pericolosi principi liberali. In tal modo, l'uomo che sarà elogiato dal cattolicissimo Manzoni e dal fondatore del Partito Popolare, Don Sturzo, palco, anche da morto, per i suoi ideali.
La stessa stampa locale non fu particolarmente prodiga, infatti a "Giornale di Sicilia", annunziandone la morte con un modesto articolo, si limitò a definirla una perdita dolorosa per l'Italia e per le lettere, di cui era uno dei più splendidi rappresentanti.
Delle persecuzioni, del carcere, del confino nell’isola di Favignana (che allora non era l'attuale splendido luogo di villeggiatura), del disprezzo dei borbonico passati agli ordini della nuova dinastia sabauda, neanche una parola!



Giuseppe La Masa
Nato il 30 novembre 1819 a Trabia, è da considerare termitano sia per le origini della famiglia (la casa paterna era sita nel "piano dei Bagni") sia perché, egli stesso, più volte, si dichiarò tale.
Vivacissimo fin dall'adolescenza, trascorse un breve periodo nel seminario di Palermo, dove forse i familiari pensavano di ridimensionarne il carattere. La sua vita fu imperniata sull'amore per la Patria e la Libertà e, anche se in tono minore e forse con un pizzico di fortuna in meno, può essere raffrontata a quella di Giuseppe Garibaldi.
Infatti, sin dal 1848, dopo essere stato tra i fautori della rivoluzione siciliana (è nota la sua coraggiosa, e quasi solitaria, iniziativa in Piazza della Fieravecchia a Palermo) ed avere rivestito l'incarico di Capo di Stato Maggiore dell'esercito siciliano, andò in esilio a Firenze, ove visse da vero e proprio spirito risorgimentale scrivendo numerose odi, canzoni ed opuscoli e da dove indirizzò un proclama ai fratelli italiani, agli inglesi, ai francesi" a Pio IX. Inoltre, prese parte alla prima guerra d'indipendenza in Lombardia, quale capo di un corpo di volontari inviato dal governo di Sicilia.
Amico del Crispi, fu più volte inviato in Sicilia, durante il periodo della restaurazione, per tenervi i contatti con i circoli liberali e per studiare sempre nuovi piani di sommosse e rivoluzioni.
Non appena Garibaldi organizzò la spedizione dei "Mille" fu tra i primissimi ad aderirvi ed ebbe il comando della IV Compagnia.
Nel corso della campagna di Sicilia indirizzò più volte proclami ai termitani per chiedere aiuti e rinforzi e la Città rispose sempre con la massima generosità, fino al punto di donare i "doccioni" in piombo dell'Acquedotto Romano, affinché diventassero proiettili per il nemico.
Con l'unità d'Italia entrò nell'Esercito regolare, raggiungendo il grado di Maggior Generale.
Fu il primo deputato della Circoscrizione di Termini Imerese al Parlamento Nazionale, ove sedette per tre legislature come rappresentante della sinistra liberale.
Giornalista e letterato, lasciò opere storiche risorgimentali.
Per il suo carattere focoso e un po' guascone (come lo definì il Dumas) fu spesso osteggiato e denigrato dal Sirtori e dal Bixio, che lo chiamavano il Generale Enea.
Muore il 29 marzo 1881 a Roma e viene tumulato nella chiesa del castello di Bevilacqua, di proprietà della moglie, duchessa Felicita. Quest'ultima legherà ai propri esecutori testamentari la realizzazione del monumento marmoreo esistente nella piazza Duomo.



Giuseppe Mulé
Fratello di Francesco Paolo, nato il 28 giugno 1885, muore a Roma il 10 settembre 1951.
Sin dai primi anni dimostrò di avere particolare predisposizione alla musica.
Compiuti i primi studi nella città natale, frequentò il Conservatorio di Palermo, dove conseguì il diploma in violoncello e pianoforte.
Violoncellista nel Quintetto Siciliano, nel 1922 fu nominato Direttore del Conservatorio palermitano e, dopo poco tempo, ottenne la nomina a Direttore del Conservatorio S. Cecilia in Roma, nel quale successe al Respighi, che tenne fino al 1944.
Compose musiche di scena per alcuni spettacoli del teatro classico di Siracusa e colonne sonore di film. Ma la produzione più importante del Maestro è rappresentata dalle opere La Monacella alla fontana, Liolà (tratta dall'omonima commedia di Luigi Pirandello), Taormina (idillio in un atto), La zolfara (dramma in un atto), Dafni (poema pastorale che si può ritenere la migliore composizione dell'Artista), La baronessa di Carini (rappresentata per la prima volta a Palermo nel 1912). A tutto questo si aggiunge un oratorio, pezzi per orchestra (quali Sicilia canora, La vendemmia, ecc.), liriche, musiche da camera (tra cui il famoso Largo).
Collaborò assiduamente con la Radio e si occupò, anche da un punto di vista organizzativo, dei problemi musicali italiani, favorendo particolarmente la diffusione delle opere dei giovani compositori.
A questo proposito, è opportuno riportare la testimonianza del Maestro Anton Guadagno, siciliano di nascita e che da tempo vive in America, il quale, nel 1944, fu ospitato generosamente dal Mulé nella sua casa di Roma ed ebbe impartite lezioni del tutto gratuitamente. 11 Maestro, riferisce Guadagno, era un tipo cordiale ed ospitale: nella sua casa si davano appuntamento diversi musicisti per giocare a carte ma anche per discutere di musica, di interpretazioni e giudicare opere e concerti che erano stati eseguiti n città.
Fu interprete del sentimento popolare siculo che nell'Isola è substrato intensivo proprio di ogni epoca e di ogni luogo.
Deputato al Parlamento dal 1929 al 1933, gradito in ambienti fascisti ed allo stesso Mussolini, che lo aveva nominato Accademico d'Italia, dopo la liberazione scontò questi suoi trascorsi con un periodo di silenzio. Successivamente, però, sopiti i risentimenti e le scelte ideologiche e scomparso l'interessato, Mulé fu riscoperto attraverso le sue composizioni e la sua dolce musica: quante coppie non hanno celebrato il loro matrimonio con un violoncello che suonava le struggenti note del Largo?
Per sua specifica volontà è stato sepolto nel Cimitero di Termini Imerese, assieme alla moglie.


 

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